Asteya: il non appropriarsi secondo Patanjali

“Quando asteya (non appropriarsi) è radicato nella persona, tutti i gioielli ed i tesori si presentano o sono disponibili per lo Yogi . Patanjali – Yoga Sutra 2: 37

Dopo la non violenza e l’essere sé stessi incontriamo nei 10 temi per uno stile di vita yoga di Patanjali Asteya: non appropriarsi.

Quando siamo radicati nel principio del non rubare , non desiderare di appropriarci, solo allora tutti i i più grandi tesori e fonti di felicità si presentano nella nostra vita.

Questo è il terzo Yama: Asteya . Viene tradotto come non rubare ed è comunemente inteso come non appropriarsi di ciò che non è nostro ma possiamo estenderne significato in un senso più ampio .

Il desiderio di appropriarsi è spesso la causa delle nostre sofferenze.

Quando le persone o le cose diventano oggetto del nostro desiderio di appropriarci sviluppiamo aspettative e senso di attaccamento lasciando invece in disparte ciò che conta realmente: accettare le persone e le cose per ciò che sono.

Accetta gli altri (e te stesso) come accetti le stelle.

 stelle-yogaSwami Dayananda scrive in Vedanta 24X7 “Accept others as you accept the stars”, accetta gli altri come accetti le stelle .

Quando osserviamo in modo disinteressato un panorama o, appunto, le stelle, non sviluppiamo il desiderio di farle diventare “nostre”.

Non sentiamo quella sofferenza che crea in noi la volontà di avere, possedere, qualcosa che non abbiamo.

Quando guardiamo le stelle godiamo della loro bellezza, le accettiamo, non vorremmo cambiarle o possederle.

Semplicemente le ammiriamo e siamo grati poiché ne intravediamo la bellezza naturale. Esse sono esattamente così come devono essere, né giuste né sbagliate. Questo non avviene quando vogliamo che qualcosa diventi NOSTRO.

Mente, giudizio e ruoli.

Il meccanismo che la nostra mente mette in atto quando vuole possedere qualcosa è quello di far entrare l’oggetto o la persona in ruolo, sottomettendolo alla sua ottica duale di giusto/sbagliato.

E’ la personalità che vuole affermare sé stessa facendo propri elementi che non le apparterrebbero.

Non accettiamo più la persona per ciò che è, ma in quanto “nostra” la mettiamo in un ruolo (mio figlio , mia mamma, mio marito etc..) e caricandola di aspettative in base a ciò che per la nostra personalità è giusto e conviene per un determinato ruolo.

Smettiamo di essere grati per questo incontro, sorgono le frustrazioni, le aspettative ed il desiderio di cambiare ciò che non ci piace in chi abbiamo di fronte.

Ogni giudizio per altro si ritorce contro di noi.

Quando vogliamo imbrigliare noi stessi nel ruolo di bravi genitori, amici, fratelli o sorelle, insegnanti etc… sorgono i sensi di colpa: carichiamo noi stessi di aspettative e non appena ci discostiamo dal nostro ideale iniziamo a non accettare più noi stessi.

Asteya significa contemplare ed essere grati di ciò che incontriamo nella vita senza sviluppare il desiderio di possesso.

Lasciare in disparte la nostra personalità o ego, il giudizio e l’ottica separante di giusto/sbagliato.

La storia del Maestro e del re Bharat.

Le storie della cultura indiana come sempre ci aiutano a comprendere il senso di questi valori universali

“C’era una volta re chiamato Bharat, uomo saggio e compassionevole.

Amava i suoi sudditi come figli e lavorava molto duramente per la prosperità del suo regno. Giorno e notte non smetteva mai di lavorare e raramente si riposava.

Questa mancanza di riposo iniziò a creare in lui uno stato di malessere. Il suo Maestro un giorno venne a visitarlo e questo uomo saggio capì cosa stava succedendo.

Il Maestro ed il discepolo stavano facendo una passeggiata nel bellissimo giardino del palazzo. Il Maestro gentilmente suggerì al Re di riposarsi qualche ora e lo rassicurò che sarebbe stato sicuramente meglio.

Il Re educatamente rispose ‘Come posso riposarmi, c’è così tanto da fare, devo farlo per la mia gente’.

Il Maestro si limitò a sorridere e continuò a camminare. Arrivarono nei pressi di un bellissimo albero ed il Maestro corse verso l’albero, lo abbracciò e disse ad alta voce: “Lasciami andare, perché mi stringi così forte albero, lasciami andare”.

Il re era sconcertato e chiese al Maestro cosa stesse succedendo senza ottenere risposta. La cosa andò avanti per alcuni minuti e finalmente il Re disse: “Maestro, non è l’albero a trattenere voi ma siete voi a trattenerlo. Lasciatelo e sarete libero”.

Con calma il Maestro lasciò andare l’albero e disse “ Esatto!“.

Allora Bharat capì il suo errore, da quel giorno delegò parte del suo lavoro per riposarsi di tanto in tanto ed iniziò a osservare e prendersi cura di se stesso” .

Il Re agiva per amore eppure sviluppando senso di possesso nei confronti del popolo e del lavoro non sa più delegare responsabilità ed inizia ad agire contro sé stesso.

La domanda questa settimana è “Perché sviluppiamo senso di possesso ? Perché vogliamo che qualcosa diventi NOSTRO e non sappiamo goderne in modo disinteressato ?”

Idee per la pratica yoga di asteya.

ASTEYA NELLA VITA QUOTIDIANA : Esercitare Asteya nella quotidianità è un esercizio di osservazione dei nostri rapporti con ciò che non è “nostro” .

Verso cosa sviluppiamo il desiderio di possesso ? Riusciamo a essere grati anche dei difetti delle persone che ci sono vicine ? Ritagliamoci dei momenti di piacere disinteressato .

MANTRA per ASTEYA Accetto gli altri come accetto le stelle – Non è l’albero a trattenermi ma io a trattenere l’albero .

Per approfondire il senso di non possesso e la distanza dalla propria personalità abbiamo parlato del libro la Porta del Mago di Salvatore Brizzi.

segui Carlotta Lorandi su Google+  
Cos’è 10 settimane di Sadhana? Sadhana in india significa disciplina spirituale ed indica l’insieme di quelle pratiche, studi e riti svolti con dedizione e regolarità per raggiungere Moksha: il riconoscimento della propria natura divina. La sadhana che viene qui praticata si ispira ai 10 yama e nyama di Patanjali, i divieti e le osservanze dello stile di vita yoga. Ogni settimana viene affrontato uno di questi temi cercando di portarlo anche fuori dalla sala di pratica ed utilizzando la nostra vita quotidiana come laboratorio.